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WE CAN BE HEROES (o forse no)

PERCHÈ CI AFFASCINANO TANTO I SUPEREROI?

Sognare di essere molto più di semplici creature ai tempi moderni

 



Essere supereroi dotati di poteri che vanno oltre le possibilità umane è certamente il sogno che anima l’essere umano da generazioni, se non addirittura da secoli.

Per quanto fantascientifica possa apparire una tale affermazione, le opere letterarie e il cinema ci raccontano da sempre storie capaci di farci sognare, spingendoci all’immedesimazione nei panni di figure mitologiche e personaggi fantasiosi dotati di poteri speciali che consentono il superamento di ogni difficoltà e, non per ultimo, di possedere il dono dell’immortalità.

Se la mitologia ci racconta di imprese incredibili a opera di uomini o di esseri sovrannaturali che rimangono impresse nella storia dell’umanità fornendoci indizi circa la vita e il pensiero di popolazioni antiche, oggi l’evoluzione degli eroi antichi sono i supereroi, adorati e mitizzati da grandi e piccini.


Da dove nasce la necessità di sognare un mondo fantastico, fatto di individui dotati di potenzialità che vanno oltre le possibilità terrene o addirittura di essere noi per primi supereroi moderni?

Il primo aspetto che vale la pena prendere in esame è certamente la necessità dell’essere umano di “credere” nell’esistenza di qualcosa di più grande, in quel qualcosa capace di dare risposte quando il mondo reale, con i suoi accadimenti, fa perdere la bussola.

Il più grande esempio di ciò lo ritroviamo nella religione, più precisamente nella fede, capace di infondere speranza e di offrire sollievo agli animi sperduti e sofferenti. Non solo: la religione ha la capacità di convogliare intorno a sè migliaia di persone che, radunandosi in preghiera nei luoghi sacri, generano una comunità in cui sentirsi uniti e mai soli nell’affrontare le sfide della vita. L’idea, infine, di un giudizio universale in cui l’operato terreno potrà essere giudicato dallo sguardo divino garanzia di equità, sprona i fedeli a compiere azioni lodevoli e ad agire sempre per il bene del prossimo, dando così un senso profondo alla quotidianità di ciascun individuo.

Partendo dall’idea che il credere in qualcosa di più grande sia quindi connaturato nell’essere umano e che la fede rappresenti l’elemento imprescindibile per qualunque sogno, obiettivo o traguardo che possa definirsi tale, gli eroi prima e i supereroi dopo hanno rappresentato e rappresentano ancor oggi l’incarnazione di infinite possibilità che possono confluire nel corpo di pochi eletti.


...Sentirsi speciali

Quello di sentirsi speciali è un altro dei bisogni che animano l’Uomo moderno, caratteristica capace di farci sentire immortali, soprattutto sotto il profilo sociale. Uno dei più grandi timori dell’individuo, dopo quella della morte, è infatti l’ostracismo, ossia il timore di un’esclusione sociale capace di mettere a serio rischio le possibilità di sopravvivenza.

Se all’origine della specie umana ciò significava rischiare realmente la vita perchè l’esclusione dalla comunità e dal gruppo si traduceva nel mancato accesso al cibo e nell’impossibilità di trovare appagamento ai bisogni primari, oggi questo concetto si sposta sul piano emozionale, ossia nell’esclusione dai contesti sociali che comporta isolamento, solitudine e demotivazione alla vita. Quest’ultimo aspetto è, al pari del concetto di sopravvivenza che riguardava i nostri antenati, altrettanto significativo per l’Uomo moderno che se privato della possibilità di relazionarsi con gli altri e di trarre dalle interazioni con questi la soddisfazione che cerca, rischia importanti conseguenze emotive capaci di lasciare un segno indelebile nella propria storia personale.


Essere speciali è quindi un bisogno a tutti gli effetti e lo è ancor di più in una società estremamente omologata come quella moderna. La necessità di distinguersi dalla massa ed emergere per caratteristiche uniche è poi ancor più accentuata in coloro che percepiscono di essere assai ordinari, privi di un qualche tratto comportamentale o di un qualche talento che li eleggerebbe a protagonisti in ogni ambiente. Se non sono le doti naturali, i piccoli dettagli della nostra personalità a renderci sufficientemente speciali, ecco che il supereroe diviene icona e mito per tutti coloro che faticano a brillare nei contesti per ciascuno più significativi.

In ogni raffigurazione o rappresentazione cinematografica, poi, i supereroi indossano un costume, un travestimento, capace di trasformarli da semplici esseri mortali a esseri dotati di caratteristiche sovrannaturali e di poteri magici.

Clark Kent, giornalista mansueto e remissivo, è in realtà l’onnipotente Superman quando si cala nei panni del supereroe; Peter Parker è un adolescente timido e impacciato con difficoltà di socializzazione, che conosce il suo riscatto grazie al morso di un ragno che lo rende l’invincibile Spiderman.


La maschera, simbolo per eccellenza della capacità di celare e nascondere, torna ad assumere un valore importante dal momento in cui il supereroe se ne avvale non solo per celare un’identità zoppicante e fallimentare, ma per sentirsi speciale.

Questa duplice utilità non è certo scevra da ambiguità, tanto che da sempre colui che si maschera nell’intenzione di impersonare altri caratteri non fa altro che nascondere la realtà per renderla più apprezzabile, a costo di risultare poco sincero. Se si trasla questo concetto nella vita di tutti i giorni ci accorgiamo presto di quanto ciò sia più comune di quanto si crede, dal momento in cui tutti noi tendiamo a celare difetti e imperfezioni mostrandoci diversi ogni qualvolta ci approcciamo agli altri, soprattutto quando conosciamo qualcuno di nuovo e desideriamo presentare il nostro miglior biglietto da visita possibile.


Siamo dunque tutti supereroi inconsapevoli quando indossiamo una maschera sociale che conferisce il super potere di farci apparire perfetti?


Forse sì, però… c’è un però.

Il supereroe è sempre consapevole che nonostante le persone ammirino di lui la forza e l’onnipotenza, svestiti i panni dell’invincibilità, nel loro privato, sono al pari di tutti i mortali incredibilmente… umani.

Non a caso gli autori dei più famosi supereroi hanno dato vita ai loro beniamini scrivendo del loro passato caratterizzandolo con situazioni e difficoltà assolutamente comuni. Ciò si è rivelata essere certamente una carta vincente, in quanto si è offerta al pubblico la possibilità di sentirsi vicino ai propri supereroi potendosi immedesimare nelle loro storie.

Celebre è, a tal proposito, l’affermazione di Stan Lee, fumettista e produttore cinematografico, quando racconta della nascita di Spiderman: “L'ho immaginato adolescente e con un sacco di problemi personali. Quando l'ho portato, eccitatissimo, all'editore, mi ha rimproverato: “Stan, i supereroi non hanno problemi personali!”. Come sbagliava [...] “.


Essere speciali non è dunque sempre sinonimo di perfezione, talvolta addirittura diviene una responsabilità difficile da sostenere, perchè tutti intorno nutrono grandi aspettative nei loro riguardi. Il timore di deludere tali aspettative e il doversi necessariamente attenere all’immagine perfetta e invincibile che gli altri desiderano è ciò che più li allontana dalla possibilità di condurre un’esistenza normale, capace di far provare tutte quelle emozioni che sanno farci sentire vivi. È come se tanto potere, finisse per divenire in fin dei conti il più grande vincolo alla conduzione di un’esistenza libera, fatta anche di errori e di fallimenti.


“I bambini sognano di diventare supereroi.

Avere superpoteri e salvare la gente.

Ma non pensano mai a come è la vita di un supereroe

quando non è in missione.

Non è molto diversa da quella degli altri.

L'eroe soffre, ama, desidera, spera,

ha le sue paure e ha bisogno

di persone che lo aiutino in queste cose.”

- Grant Gustin - The Flash

E non è tutto: l’idolatria che si riserva al supereroe è anche frutto della convinzione secondo cui una forza sovra umana sia garanzia di libertà da difficoltà e impedimenti di qualunque genere che possano ostacolare il raggiungimento di traguardi importanti e di sogni. La sempre più diffusa disistima nei confronti delle proprie potenzialità, della propria capacità di affrontare le sfide della vita senza soccombere che governa oggi il genere umano, soprattutto i più giovani, spinge a desiderare di possedere doti sovrannaturali che sappiano aiutare nei momenti di maggior difficoltà.


Al termine di questa disamina su cosa ci renda tanto sensibili al fascino che i supereroi sanno esercitare su di noi, comuni mortali, un pensiero sorge tuttavia spontaneo: ma se anche fossimo dotati di poteri capaci di renderci invincibili, belli oltre misura, ricchi, immortali e frutto dell’invidia dei più… a lungo andare sapremmo convivere felicemente con una tale identità sempre vincente, capace di privarci di qualunque forma di desiderio (dato che potremmo avere sempre ciò che vogliamo senza sforzo)?


Forse ci renderemmo conto che non c’è nulla di speciale nell’essere sempre speciali, forse addirittura dovremmo fare i conti con chi intorno a noi quell’invincibilità non può vantarla e ciò lo spingerebbe a smettere di adorarci tanto e arrivare… a odiarci.


Cesare Cremonini in uno dei suoi più famosi brani cita “Nessuno vuole essere Robin”, ossia l’eterno secondo. Noi aggiungiamo anche che nessuno vuole essere Batman per sempre, perchè essere eternamente tanto speciali significherebbe in fondo… rimanere soli, distanti anni luce dai rapporti umani più veri.

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